giovedì 18 gennaio 2007

Love is crazy, love is blind

L'uomo fumava appoggiato alla ringhiera di cemento del lungo balcone che correva intorno all'edificio. Era uscito appena la nebbia si era un po' diradata intorno; ma rimaneva ancora spessa abbastanza da dargli quella sensazione d'irrealtà nella quale poteva stare spento di pensieri, come in un sogno, e sentire soltanto il freddo pungente, l'asperità delle proprie dita, il crepitio come d'incendio di paglia minuscola con cui si consumava la sigaretta. Le macchine, nell'invisibile là-sotto, lasciavano brevi suoni fantasma di un'umidità trascinata, come sottolineature fatte frettolosamente su un articolo di giornale. Il telefono vibrò nella tasca. Sembrava una sveglia che è stata nascosta sotto il cuscino cinque minuti prima di suonare.

Pronto. Come...? Ah, mi dispiace. Si può fare un'altro giorno, allora. Scegli tu.
...... No, sbagli, certo che ti voglio vedere. No, sbagli, lui non è una scusa. Non gridare così, non posso sopportarlo. Smetttila. Per favore. Ascoltami, ti dico una cosa: non posso vederti da sola. Se non ci fosse lui potrei saltarti addosso. Sì, esatto, così. Non devo, non posso, se c'è lui non lo faccio: sorrido, fumo, ti guardo, e poi sto male per settimane. ... Adesso per favore, non richiamarmi. Non oggi, non domani. Non richiamarmi subito. Grazie.


Un grosso camion uscì dalla curva e sbandò leggermente prima di perdersi all'altro lato della nebbia. Lo stridore dei freni distrasse l'uomo, che guardava lo schermo del cellulare illuminarsi e spegnersi. La sigaretta gli bruciava la parte interna delle dita; la buttò verso il camion con gesto da pescatore. [Pensa: cambiare il tempo, cambiare dimensione. Il movimento è reale, il camion mi trascina e tutto sparisce in un diverso altrove]. Si pettinò i capelli con le dita aggrottate, tre, quattro volte, premendo contro il cuoio capelluto: non riusciva a decidersi a rientrare. Uno scoppio di risate lo convinse. Accettò il caffé che un collega gli porgeva, sorridendo.

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