sabato 22 aprile 2006

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Corteccia

Un'immagine legata ad un odore sentito nel camminare, il titolo di una canzone che scatta nel cervello alla vista di un gesto o di un profilo, un nome del passato collegato ad una domanda del presente, postami ieri: gutta cavat lapidem, e mi trovo dunque a scavare nella memoria, mentre perdo tempo passeggiando per via Gallia, per trovare pensieri e sensazioni collegati al creare, ai gesti e alla materia del creare. Troppe riviste sotto braccio; troppa voglia di panchina, ma le panchine sono tutte occupate dai primi consumatori sociali di gelato che fanno arco alla gelateria ricreando una piazzetta di paese, con i suoi bambini vocianti e cagnolini vezzeggiati, mentre alla periferia del semicerchio c'è lo struscio di madri mature cloni di figlie fighette e coppie unibambino con tricicli e monopattini spaziali. Le braccia incrociate, tra l'arreso e l'imbronciato, la pizzettara a taglio mi da un pezzetto di rossa a base non croccante ma ben biscottata, e i quattro tavolini argentati anni 60-70-non so, con le loro sedioline di alluminio disposte ordinate lungo la parete, m'inviano tutti i più invitanti riflessi possibili. Mi siedo ed apro un vecchio libro di Storia dell'Arte, aiutandomi con una parte né minore né uguale nel labirinto che porta alla risposta. Ma perché, perché Burri sta alla Galleria d'Arte Moderna, perché, cosa significa? La domanda mi gira intorno come se io fossi insieme Piazza Mazzini e una Vespa celeste che ne disegna la circonferenza sotto le prime gocce di un temporale estivo. Io penso subito al Grande Cretto, ai Legni, ai grandi Sacchi, alle composizioni immense con i colori piatti del Sestante - tutto matematicamente suddiviso, logicamente pesato: i materiali, i colori, lo spazio costruito - ma vedo sempre davanti a me quelle superfici bruciate, cucite, strappate e ricomposte, davanti alle quali non è possibile non percepire il trasformare, il curare, la paziente ricostruzione di una lacerazione interiore di tutti in qualche momento della vita, la lenta composizione di uno spazio con delle materie consone alle mani di un artista a metà tra chirurgo o e stregone (colui che fa apparire mondi nuovi ma può anche riparare la gomma del motorino con un patch che crea delle ombre particolari secondo l'intensità della luce che lo colpisce, e che non si smette di guardare, come se da una semplice ruota si fosse - perché si può, alcuni possono - compiuto un miracolo di bello, di indimenticabile) e soprattutto il rigore, il rispetto per la materia con cui si costruisce e che sotto le sue mani si piega a oscura emozione, a richiamo di qualcosa che bisogna ascoltare, che di solito sta sotto il bzz continuo dei pensieri. E mentre penso ricordo il nome, il compagno di Accademia che piegava le lastre di rame alle sue necessità espressive con una puntasecca insieme bisturi e pugnale: era l'inchiostro spesso delle sue incisioni, così simile alle voragini delle bruciature, la voce delle sue personali combustioni. E noi compagni silenziosi, noi piccoli artigiani capivamo da lui ed in extenso che era necessario, e nutriente per le generazioni future, che la ferita fosse lì, rimarginata e pulsante ancora di vita, visibile esempio estremo dell'umano.

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